Avrei dovuto odiarlo, o almeno ignorarlo con eleganza. Invece mi ritrovai a innamorarmi di quell’uomo che non avevo scelto, che mi era stato consegnato come un pacco sigillato insieme a una casa, un cognome e l’obbligo di sorridere ai ricevimenti.
Il matrimonio combinato era prassi nelle nostre famiglie: contratti matrimoniali firmati tra aperitivi e chiacchiere nel salotto buono, mentre io sedevo composta nel mio vestito di seta, con le mani incrociate in grembo e il futuro già scritto da altri. Mio marito era cortese, quasi timido. I primi mesi li passammo come due estranei educati, lui dietro il giornale, io con i miei romanzi. La casa grande risuonava di passi separati.
Ma poi arrivò l’estate, quella maledetta estate siciliana che ti scioglie le ossa e ti costringe a uscire dai rifugi. Una sera a Ortigia tutto cambiò. C’era una festa sul mare, le lanterne che dondolavano tra i pini marittimi, l’aria profumata di salsedine e gelsomino. Indossavo un vestito azzurro, troppo leggero per le convenienze. Lui mi guardò davvero per la prima volta, non come la moglie che doveva avere, ma come la donna che desiderava conoscere.
Cominciammo a parlare. Vere conversazioni, non più frasi di circostanza. Passeggiate serali lungo i vicoli di Ortigia, risate per sciocchezze, confidenze rubate alla notte. Sei mesi dopo le nozze, mi accorsi che aspettavo il suo rientro, che cercavo il suo sguardo nelle stanze affollate. L’amore era arrivato in punta di piedi, quasi scusandosi per il ritardo.
Dicevano che il nostro era un matrimonio di convenienza. E lo era stato, all’inizio. Ma quella lunga estate caldissima ci aveva regalato qualcosa che nessun contratto poteva prevedere: la scoperta che due estranei possono diventare complici, che l’amore può nascere anche dove non dovrebbe, che a volte le storie più belle sono quelle che nessuno si aspetta.







