Nel deserto può accadere che il suono diventi l’unica cosa solida — più solida delle rocce, più permanente della sabbia che si sposta col vento. Può accadere che i bassi della techno, quei BPM martellanti che scandiscono un tempo che non è più umano ma cosmico, diventino l’unico linguaggio condiviso tra anime che hanno scelto di perdersi non per necessità ma per vocazione. Può accadere, quindi, che un padre alla ricerca della figlia scomparsa finisca per trovare qualcos’altro — non la risposta che cercava, ma quella di cui aveva bisogno: una nuova famiglia, costruita non sul sangue ma sulla condivisione del nulla, sull’accettazione che ciò che si è perduto forse non tornerà mai, e che l’unico modo per andare avanti è camminare senza pensare.
Sirāt, il nuovo film di Óliver Laxe — regista che ha fatto della ricerca spirituale attraverso paesaggi estremi la sua firma autoriale, trasformando ogni ambiente naturale in un teatro dell’anima e ogni viaggio fisico in un’odissea interiore — con Sergi López e un cast di raver non professionisti, parla esattamente di questo: della perdita come condizione permanente, dell’impossibilità di tornare indietro, e della bellezza devastante di accettare che il mondo che conosciamo è già finito, che siamo già nell’apocalisse, e che forse l’unica cosa che resta da fare è ballare.
Luis e suo figlio Esteban arrivano a un rave illegale tra le montagne del Marocco meridionale alla ricerca di Mar, figlia e sorella scomparsa da cinque mesi in questo universo parallelo fatto di musica, polvere e corpi in movimento. Ma Mar è già un miraggio, un’assenza che diventa presenza proprio attraverso la sua irreperibilità. Non la troveranno — questo lo sappiamo fin dall’inizio, lo sa il deserto, lo sanno le casse che pompano ritmi ipnotici nell’aria secca. Quello che troveranno, invece, è un gruppo di disertori, di corpi menomati e anime vagabonde che si muovono da un rave all’altro come nomadi moderni in fuga da un’Europa che non li vuole, da una normalità che non possono più abitare.

E qui Laxe costruisce quello che potremmo chiamare, e il termine qui non è casuale ma necessario, un deserto psichedelico: non solo nel senso letterale — droghe, trance, stati alterati di coscienza — ma in quello più profondo di uno spazio mentale dove le coordinate abituali smettono di funzionare. Il deserto, in Sirāt, non è un luogo geografico ma uno stato dell’essere: è l’aridità esistenziale trasformata in paesaggio, è la bellezza che nasce dalla devastazione, è quel punto in cui la vita e la morte si toccano e diventano indistinguibili.

Il film procede per sottrazione, non per aggiunta. Ogni chilometro percorso è un pezzo di certezza che viene abbandonato sulla strada. Il furgone di Luis non è fatto per questo viaggio — lo sappiamo, lo sa lui, ma continuano comunque. Perché quando hai già perso tutto, quando tua figlia è già un fantasma e tuo figlio viaggia accanto a te in un silenzio che dice più di mille parole, che differenza fa se il veicolo reggerà o meno?
E infatti non regge. Il furgone precipita in un crepaccio, e con lui precipita Esteban, il bambino che non doveva essere lì, che non doveva vedere niente di tutto questo. La sua morte è filmata da Laxe con una crudezza che lascia senza fiato: non c’è musica, non c’è retorica, solo il tonfo sordo della caduta e il silenzio che segue. Un silenzio che è più assordante di qualsiasi basso techno.
Ed è qui che Sirāt rivela la sua vera natura: questo non è un film sulla ricerca, ma sulla perdita. Non è un film sul ritrovamento, ma sull’accettazione. Luis ha perso entrambi i figli, ma in un certo senso il deserto lo abbraccia, lo accoglie in quella nuova famiglia di reietti che continuano ad andare avanti non perché abbiano una meta, ma perché fermarsi significherebbe ammettere la sconfitta definitiva.
Il titolo rimanda al ponte islamico sospeso tra inferno e paradiso: sottile come un capello, affilato come una spada, percorribile solo da chi ha il cuore puro. Ma in Laxe questa purezza non è morale — è esistenziale. È la purezza di chi ha toccato il fondo e non ha più niente da perdere, di chi cammina a piedi nudi sulla sabbia arida del deserto perché in quella terra rossa c’è tutta l’energia del mondo, tutta la disperazione e tutta la speranza condensate in granelli che scottano sotto il sole.

Il gruppo continua a perdere pezzi di sé. Jade esplode su una mina mentre balla — perché anche ballare, in questo film, è un atto pericoloso, un gesto che sfida la morte a ogni movimento. Tonin muore cercando di raggiungerla. Ogni morte è filmata con quella stessa asciuttezza che non concede catarsi, non offre consolazione. Sono corpi che cadono come pedine su una scacchiera dove le regole sono state decise da qualcun altro, da forze più grandi: il deserto, la guerra che esplode alla radio in sottofondo, il mondo che implode mentre loro ballano.
Laxe costruisce il film come una lunga, ipnotica immersione in quello che potremmo chiamare il modello greco delle Baccanti: la trance come forma di conoscenza, l’ebbrezza come via verso il divino. Ma qui il divino è sporco, è coperto di polvere, sanguina. Non c’è niente di esteticamente pulito in Sirāt — tutto è grana, sudore, corpi che si muovono al limite del collasso. La pellicola Super-16mm usata da Mauro Herce cattura questa materialità con una precisione quasi tattile: ogni inquadratura sembra potersi toccare, sentire il calore, annusare l’odore della sabbia e del diesel.
La musica di Kangding Ray non è colonna sonora — è protagonista. I bassi non accompagnano, guidano. Non sono sottofondo, sono struttura portante. Quando le casse si ergono nel deserto come monoliti, come templi di una religione senza nome, capisci che questa è l’unica cosa che sopravviverà: il suono, la vibrazione, quella frequenza che fa tremare il petto e ricorda che sei ancora vivo, anche se tutto intorno a te muore.

Perché anche questo film è un film sulle famiglie che ci scegliamo. Luis non trova Mar, ma trova Stef, Jade, Josh, Tonin, Bigui — corpi menomati, vite spezzate, ma vite che continuano. Trova quella solidarietà fragile e disperata che nasce quando non c’è più niente da salvare, quando l’unica cosa che resta è stare insieme mentre il mondo brucia.
E alla fine, quando Luis, Stef e Josh sono su un treno diretto verso nessun luogo, quando tutto ciò che avevano è stato lasciato indietro — i morti, le casse, le certezze — c’è una leggerezza quasi insopportabile. Non è pace, non è redenzione. È solo l’accettazione che il viaggio continua anche quando la destinazione è scomparsa, che si può andare avanti anche quando non sai più dove stai andando.
Laxe non offre risposte, non distribuisce speranze. Si limita a mostrare cosa accade quando il bello diventa katarsi — quando la bellezza del deserto, quella bellezza che brucia e ferisce, diventa l’unica forma di purificazione possibile. Quando cammini a piedi nudi sulla sabbia non per scelta mistica ma perché le scarpe si sono consumate, e continui lo stesso.

Sirāt parla di loro — dei raver, dei disertori, dei padri che cercano figlie fantasma — ma parla soprattutto di noi. Di quanto sia sottile la linea tra resistere e arrendersi, tra andare avanti e lasciarsi andare. Di come, in un mondo che sembra sempre sull’orlo della terza guerra mondiale, l’atto più rivoluzionario sia forse proprio quello di continuare a ballare, continuare a muoversi, continuare a camminare senza pensare.
Alla fine Sirāt non lascia risposte, ma una vibrazione: quella sensazione che resta nel petto dopo che i bassi si sono fermati, quando il silenzio torna ma è già un silenzio diverso. La consapevolezza che forse la differenza tra morire e vivere non è una questione di scelta, ma solo di movimento.
Di quanto siamo disposti a perdere prima di ammettere che stiamo ancora cercando. Di quanto possiamo camminare a piedi nudi sulla sabbia arida prima di chiamarla fede.








