La tazza è ancora qui. Sul tavolo della cucina, tre mesi dopo, in una casa che ora è solo mia. L’ansa ancora storta, la scritta ancora più sbiadita. Ho continuato a lavarla in lavastoviglie, anche se so che non dovrei, forse proprio perché so che non dovrei.
Le mie mani sono le stesse ma anche diverse. Più magre, forse. O forse è solo che le noto di più, ora che sono le uniche mani che toccano le cose in questa casa.
Il tempo ha continuato. Tre mesi sono diventati una sequenza di gesti da reimparare. Fare il caffè da sola non è lo stesso gesto di berlo quando qualcun altro l’ha preparato. È simile, ma incompleto. Come recitare una parte in cui manca l’altro attore.
Lui non c’è. Non fisicamente. Ma la sua assenza occupa spazio.
La tazza continua a parlare attraverso il gesto. Ogni volta che la prendo in mano, le dita si posizionano sull’ansa storta senza esitazione. È una memoria che si riattiva da sola, come uno strato che affiora.
La tazza è un archivio. Conserva le volte in cui è stata tenuta, riempita, lavata. Tre anni di mattine condensati in una curva che le mani riconoscono.
Non è una nostalgia acuta. È una stratificazione. Il corpo sente che in questo oggetto c’è depositato del tempo.
Comincio a chiamare le cose con il loro nome. Questa tazza è un reperto emotivo. Racconta come amavamo: a bassa voce, attraverso gesti, senza proclami, ma con una costanza che alla fine pesa più delle parole.
Le tracce tattili non si scelgono. Sono lì. Le mani sanno ancora come tenerla. Tutto questo sapere è anche il suo sapere, perché lo abbiamo costruito insieme.
L’amore resta nei gesti appresi. Nessuno ti dice che il corpo continua a muoversi secondo schemi che includono l’altro anche quando l’altro non c’è più.
Io faccio ancora il caffè nel suo modo. Lui, forse, lava ancora i piatti nel mio. Le mani ricordano.
La memoria non segue una linea. È circolare. È nelle anse storte che riconosci al buio.
Prendo la tazza. La guardo contro luce. Half empty si legge appena.
Metà vuota, forse.
O metà piena.
La ripongo nell’armadio, in fondo. Non la uso ogni giorno. Ma non la cancello.
Domani userò un’altra tazza. Quella blu, con l’ansa perfettamente dritta. Le mie dita dovranno imparare una nuova curva.
Stasera, però, la tengo ancora un momento tra le mani.
Sento la stortura. Il tempo.
E capisco che l’amore può essere anche questo:
una forma imperfetta che il corpo ha imparato a riconoscere,
e che ora deve imparare a lasciare.








