In viaggio. L’aereo taglia le nuvole tra Milano e Jeddah. Sono a bordo di uno dei velivoli più grandi che abbia mai preso in vita mia – un Boeing 777-300ER, per essere precisi, anche se questa precisione tecnica contrasta comicamente con l’assoluta imprecisione emotiva di tutto quello che sto provando – e mi pare che non abbia nulla da annotare, nulla da riferire con esattezza scientifica.

Eppure, appena mi concentro su di me (il che è sempre un errore, perché concentrarsi su se stessi durante un viaggio di nozze dovrebbe essere l’antitesi dell’esperienza, ma il mio cervello ha questa tendenza compulsiva all’auto-osservazione che non si spegne nemmeno a 10.000 metri d’altezza), trovo tutto. Un universo intero di sensazioni, pensieri, micro-epifanie e ansie che si accavallano come i passeggeri nella fila per il bagno.

È una bugia. O meglio, è una di quelle mezze verità che ti racconti quando tutto è troppo grande per essere detto, quando la felicità ha bisogno di sedimentare prima di essere scritta, come il vino che deve riposare prima di essere bevuto.
Il tempo, da subito, ha cominciato a rompersi. Non è più chronos ma kairos, tempo qualitativo che si espande e contrae secondo logiche che sfuggono completamente ai nostri Swatch con Snoopy. Quegli oggetti improvvisamente diventano ironici amuleti di una precisione che non serve più a nulla quando sei sospeso tra due fusi orari e la tua ghiandola pineale non sa più che ore sono.

In volo ci danno un riso con carne sorprendentemente buono. Le uova strapazzate per colazione hanno il sapore astratto delle uova strapazzate di tutti gli aeroporti del mondo, e quel succo di ananas freddissimo ti fa sentire in vacanza prima ancora di atterrare – il che è probabilmente l’obiettivo psicologico di tutti i succhi di ananas serviti in volo.
Dall’alto, Jeddah mi è sembrata una distesa di sabbia geometrica punteggiata da costruzioni che sfidano ogni logica climatica: piscine olimpioniche azzurre come gemme perse nel nulla, sconfinati campi da football americano che sembravano usciti da un suburb del Texas trapiantato nel deserto per qualche esperimento sociologico di cui nessuno ricorda più lo scopo.
Mi viene da pensare a quanto sia assurda la nostra specie, che per sentirsi a casa deve ricreare ovunque le stesse identiche cose – piscine rettangolari, campi da calcio verdi, fontane che spruzzano acqua nel mare come se l’acqua dovesse bagnarsi da sola.
Tutto questo nell’Arabia Saudita, paese che fino a due anni fa non lasciava entrare le donne sole e che ora ha piscine olimpioniche nel deserto. Il mondo cambia in modi che la nostra capacità di comprensione non riesce a seguire.
Jeddah è solamente un secondo del nostro viaggio. Ma cos’è un secondo quando sei sospeso in un aeroporto internazionale e il tuo senso dell’orientamento spazio-temporale è completamente collassato?
Al duty free mi aggiro come in un sogno sfilacciato, tra profumi arabi densi e ipnotici. Sono talmente confusa – o forse sovrastimolata, o forse semplicemente ottusa per mancanza di sonno – da non riuscire nemmeno a scegliere quale essenza portare via con me. Mi limito a inalare, a cercare invano un punto fermo tra fragranze opulente e luci artificiali. Intorno a me si muovono volti e corpi senza nome, passeggeri in transito come me, smarriti in questo non-luogo che è un aeroporto internazionale alle prime ore del mattino. Dopo un volo già lungo, il tempo si è accartocciato: non so che giorno sia, né che ora. Le caviglie cominciano a gonfiarsi e mi sento più un contenitore dimenticato su un nastro trasportatore che una viaggiatrice consapevole. L’esperienza è estraniante nel senso più letterale del termine: sono fuori luogo e fuori tempo.
Siamo già in un nuovo corridoio, su un nuovo aereo diretto a Singapore, in quella staffetta di mezzi di trasporto che caratterizza i viaggi lunghi e che ti fa sentire come un pacco postale particolarmente delicato.
Singapore è la città che vive nel futuro, si vede già dall’aeroporto di Changi, che non è un aeroporto ma una dichiarazione di intenti architettoniche sui possibili destini dell’umanità. Dall’enorme vetrata che abbiamo davanti vediamo un trenino che è un gioiello di ingegneria. La cupola dell’aeroporto brilla di futuro, letteralmente piena di led che cambiano colore secondo algoritmi che probabilmente tengono conto delle condizioni meteorologiche, dell’umore medio dei passeggeri e delle quotazioni del petrolio.
Noi camminiamo dentro quel presente che avevamo sognato da mesi durante le serate passate a pianificare questo viaggio su Google Maps, fingendo di sapere cosa volessimo vedere.
A Seminyak arriviamo che è ormai sera, con quel jet lag che ti fa sentire come se il tuo corpo fosse arrivato tre ore prima della tua mente. Non abbiamo voglia di cibo – impossibile, considerando che non mangiamo nulla di decente da diciotto ore – né di feste, ma solamente di dormire, il che probabilmente è la cosa più onesta che abbiamo voluto da quando siamo partiti.






Beviamo un bicchiere di vino davanti al nostro resort e lasciamo che tutta la stanchezza scivoli via come acqua su una superficie impermeabile. L’Amadea Resort ci raccoglie con un sorriso aperto e una piccola pioggia tropicale che sembra cadere per darci il benvenuto. La reception è all’aperto, come a dire: qui non c’è nulla da nascondere, solo il vento, il mare, e una nuova versione di noi stessi che forse esiste solo in questo preciso momento e in questo preciso posto.
La prima sera scorre così, con noi emozionati ma anche molto stanchi, in quello stato di semincoscienza che caratterizza l’inizio di ogni viaggio importante, quando non sei ancora sicuro se quello che stai vivendo è reale o un sogno particolarmente elaborato.
Il giorno che inizia è intriso di eccitazione. L’aria è spessa, satura. Ha già piovuto, e l’umidità sfiora il 98%. C’è una forma particolare di ottimismo, quella che si prova solo al risveglio in un luogo completamente nuovo, quando si realizza che, per i prossimi giorni, non si dovrà fare altro che esistere in modo lieve, piacevole, sospesi tra scoperta e meraviglia.
Il Potato Head è un posto favoloso. Ci arriviamo a piedi, scansando motorini e macchine. Un beach club che sembra progettato da qualcuno che aveva preso molto sul serio il concetto di “esperienza totalizzante” e aveva deciso di applicarlo all’industria dell’ospitalità. Seduti davanti all’oceano, abbiamo mangiato pesce appena grigliato mentre il rumore delle onde cullava le nostre letture. Di tanto in tanto piove per qualche momento e poi smette e torna a fare più caldo. Ogni volta che provavo a dire qualcosa di significativo sul momento che stavamo vivendo, mi rendevo conto che le parole non sono sufficienti, che c’è un gap incolmabile tra l’esperienza e la sua descrizione.




Siamo tornati al resort a piedi, attraversando le vie principali di Seminyak, e abbiamo visto la città nel suo aspetto più quotidiano: scooter che sfrecciano tra turisti confusi, warung che vendono nasi goreng a prezzi che variano in base a quanto sei evidentemente straniero, bambini che giocano in stradine che profumano d’incenso e di frutta.
Il giorno dopo ci aspettava la prima “vera” visita turistica. Qui già emerge la mia ambivalenza verso l’organizzazione troppo rigida durante un viaggio: da una parte voglio vedere tutto, dall’altra mi rendo conto che vedere tutto significa spesso non vedere davvero nulla, solo accumulare fotografie e aneddoti da raccontare agli amici. Quindi letto presto e sveglia rilassata.
Il nostro autista per la giornata è Maddia. Ci porta in giro con la disinvoltura di chi ha fatto questo percorso migliaia di volte ma riesce ancora a fingere che sia la prima volta, il che è un talento sottovalutato nell’industria turistica.
Prima ci fa vedere il tempio della fertilità, dove le statue delle divinità sembrano danzare in una coreografia che sfida le leggi della gravità.
In Indonesia le statue delle divinità sembrano figure capricciose, un po’ uomini e un po’ animali, divinità che prendono solo il meglio di tutti gli esseri viventi e si fondono in creazioni che il nostro cervello fatica a categorizzare.
Arriviamo quindi a Tanah Lot, un tempio sul mare che sembra uscito da una cartolina progettata per far sospirare i turisti. Io e Michele guardiamo tutto con quella curiosità vorace che caratterizza i primi giorni di viaggio, quando si vuole assorbire ogni piccolo dettaglio perché si ha la sensazione che non si tornerà mai più in questo posto specifico in questo momento specifico della propria vita.
E quindi benedizione di acqua santa e riso, pur di stare su questo scoglio su cui qualcuno, secoli fa, ha deciso di costruire un tempio – decisione che all’epoca doveva sembrare folle quanto oggi sembra poetica. Noi siamo lì, e siamo assolutamente blessed. Uso questa parola inglese perché “benedetti” in italiano suona troppo religioso per descrivere quello che sto provando, che è più simile a una gratitudine cosmica verso l’universo in generale.
È un attimo e penso che l’amore genera amore, che se così è, noi siamo fertilissimi. Mi giro verso Michele e rido. Rido tantissimo, grazie a lui, grazie a questo momento, grazie al fatto che siamo riusciti ad arrivare fin qui.
Partiamo per Ubud e ci facciamo accompagnare in macchina, in quella staffetta tra autisti che caratterizza questa fase della nostra vacanza e che ci fa sentire come VIP molto poco importanti – abbastanza importanti da avere un autista personale, ma non abbastanza da avere sempre lo stesso.
A Ubud, l’Art Hotel sembra un sogno moderno piantato in mezzo al traffico caotico della città – una di quelle strutture che esistono per permettere ai turisti occidentali di sentirsi bohémien senza rinunciare al wifi e alla colazione continentale. Bello, ma troppo centrale. Eppure ci siamo commossi, senza un motivo preciso che riesco a identificare razionalmente. Era solo che stavamo bene, in quel modo semplice e totale che raramente sperimentiamo nella vita quotidiana, quando ogni piccola cosa – il caffè, l’aria, la luce che filtrava attraverso le tende – sembrava perfettamente calibrata per il nostro benessere.
Michele dice, come se fosse riuscito ad avere accesso a un pensiero primordiale, che siamo perfetti. Lo afferma con la calma che non chiede conferme. E io, senza esitazioni, gli faccio eco: sì, amore. Insieme lo siamo.
In quel momento ho pensato: voglio ricordarmi esattamente questa frase, questo respiro, questo sguardo. Ma già mentre lo pensavo sapevo che era impossibile, che la memoria è un traduttore infedele che trasforma tutto in una versione edulcorata di se stesso, e che probabilmente tra sei mesi, rileggendo queste righe, avrei ricordato non il momento reale ma questa sua descrizione.



La Monkey Forest ci ha fatto ridere e inquietare in egual misura. Le scimmie avevano più umanità di molti umani che conosciamo – si guardavano negli occhi, si prendevano cura dei piccoli, litigavano per motivi incomprensibili. Intanto le mie sigarette sono finite, e ho riflettuto che farne a meno non sarebbe stato un male, anche se questa risoluzione salutista in un paradiso tropicale ha tutta l’aria di essere una di quelle promesse che si fanno in vacanza e si dimenticano appena si rimette piede in aeroporto.



Il secondo giorno a Ubud è stato un crescendo: amore, risate e altalene che sembravano progettate per lanciare i turisti direttamente verso l’illuminazione spirituale. Le risaie sotto di noi si estendono come un puzzle verde infinito, e le altalene dondolano in maniera sgraziata tagliando in due il paesaggio.
Su una di queste altalene decidiamo di farci una fotografia che avrà un effetto anni ’80 decisamente tamarro. E qui tamarro è l’unica parola italiana che rende giustizia al livello di kitsch turistico che stavamo raggiungendo, ma lo stavamo facendo con tale consapevolezza ironica che il kitsch diventa quasi meta-kitsch.
Noi, seguendo le indicazioni di fotografi improvvisati, ci ritroviamo dentro un cuore di bambù, ci baciamo e con le mani mimiamo un cuore. Troppi cuori per due come noi, che normalmente fuggiamo da qualsiasi manifestazione di romanticismo raccontandoci come persone fredde e distaccate. Eppure, riguardando quelle foto, ridiamo tantissimo – ridiamo di noi stessi, del nostro esserci lasciati coinvolgere in questo teatro dell’amore turistico, del fatto che alla fine, nonostante tutta la nostra sofisticata ironia, anche noi volevamo la nostra foto stupidamente romantica.
La piantagione di Luwak è l’ultima tappa della nostra giornata a Ubud. Degustiamo diversi infusi, tè e caffè, in una cerimonia che ha tutta l’aria di essere progettata per turisti che vogliono sentirsi intenditori senza aver mai studiato nulla di serio sui caffè indonesiani. Tra i tè che bevo c’è quello alla rosa, che mi sblocca un ricordo della mia infanzia. È come se la Me Bambina mi si fosse seduta accanto per un sorso, attraversando trent’anni e due continenti per ricordarmi chi ero prima di diventare chi sono.
Alla fine, il più prezioso: il caffè di Luwak, quello che passa attraverso il sistema digestivo dei gatti selvatici e che costa quanto un weekend alle Cinque Terre, ci risulta essere il più aromatico, il più buono, il più appetibile. Ne compriamo tre confezioni. È veramente molto caro!
E poi cena, nasi goreng e gado-gado che sanno di tutto quello che dovrebbe sapere il cibo indonesiano secondo l’immaginario occidentale. E poi nanna, che rende meglio di “andare a dormire” lo stato di abbandono totale in cui crolliamo ogni sera. Domani ci aspettano due mete lontanissime e la prospettiva di passare gran parte della giornata in macchina.
Il giorno dopo passiamo tantissime ore in macchina, attraversando paesaggi che cambiano ogni chilometro come se stessimo attraversando diversi paesi invece che diverse province della stessa isola. Visitiamo Lempuyang, che è sorprendente per la sua posizione: un tempio sospeso tra cielo e foresta che sembra progettato per far sentire i visitatori piccoli di fronte all’infinito. Gode di una vista favolosa che rende ogni selfie automaticamente epico, il che spiega la fila di turisti che aspettano il loro turno per la foto perfetta.
Poco distante, un giardino di piscine naturali e vegetazione lussureggiante che sembra uscito da un documentario del National Geographic sui paradisi perduti. Michele ed io ci guardiamo come se fossimo il posto l’uno dell’altra – una frase che suona ridicola ma che in quel momento conteneva una verità profonda sulla natura dell’amore: diventare il luogo sicuro dell’altra persona. In quel momento, lo siamo. Io sono per lui che è per me, in una reciprocità perfetta che raramente raggiungiamo nella vita quotidiana.




Arrivare alle isole Komodo è stato come approdare in un’altra dimensione dell’esperienza umana. Un resort di lusso così irreale, così perfettamente progettato per il piacere occidentale, che sembrava quasi un’illusione ottica piantata nel mezzo dell’oceano Indiano. “Una cosa bella che non farò mai più”, mi è venuto da pensare, citando Wallace, ma l’abbiamo fatta. E ce la siamo presa tutta, ogni singolo momento di lusso assurdo e ingiustificabile.




La gita tra le isole: i draghi di Komodo che sembravano dinosauri stanchi, la sabbia rosa che deve il suo colore ai frammenti di corallo rosso, la barriera corallina che brillava sotto l’acqua come un giardino sottomarino progettato da un artista in preda a un trip psichedelico. Abbiamo visto uno squalo – piccolo, innocuo, ma pur sempre uno squalo. Ho visto Michele brillare come un bambino che ha appena incontrato il suo supereroe preferito.






A Nusa Penida mi sono girata e ho pensato: è questo l’uomo che ho sposato. Il compagno di ogni tuffo, vero, fragile, potente, quello che ride quando vede uno squalo e che mi prende per mano quando mi allontano verso il grande blu.




L’isola di Giava ci ha mostrato l’altra faccia dell’Indonesia: hotel di lusso che si affacciano su un dedalo di vie, di case, di persone, di vite che probabilmente non sanno che nella mia stanza al ventunesimo piano io sto pensando a loro. Un contrasto difficile da digerire, che rende ogni momento di piacere leggermente amaro con il sapore dell’ingiustizia globale.
Il Monte Bromo, motivo principale per cui siamo venuti a Surabaya, ci ha tolto letteralmente il fiato per lo smog inalato, e metaforicamente, per la bellezza assoluta e inumana del paesaggio. Mi ha ispirato al punto di aver scritto un racconto sull’esperienza.









Il treno panoramico fino a Yogyakarta è stato un viaggio dentro il viaggio, una di quelle esperienze che ti fanno capire perché i romantici dell’Ottocento erano ossessionati dai treni: c’è qualcosa, nel movimento lento attraverso paesaggi che cambiano, che induce uno stato di meditazione involontaria. Uscivamo dalla finestra col cuore, letteralmente sporgendoci per catturare ogni dettaglio di una realtà che si può osservare solamente a questa velocità. Ancora risaie, case, motorini e gente che muore nel sole dei giorni estivi; bambini che giocano prima del ritorno a scuola; e ancora campagne e piccole città.



Yogyakarta significa Malioboro Street: venditori che arrostiscono cose di cui non conosco il nome, mani che offrono spiedini che sembrano di pollo, con sorridi che potrebbero essere genuini o parte di una strategia commerciale molto sofisticata; il calore umido che ti avvolge. La città mi comunica pericolo. Non mi piace. È sporca.
La cena si risolve grazie a un passaggio in Grab che ci conduce in un piccolo warung scovato su TripAdvisor. Il locale è semplice, con tovaglie di plastica e luci al neon, ma accogliente. Appena seduti, ci rendiamo conto che il posto pullula di italiani: coppie, gruppetti di amici, persino qualche viaggiatore solitario. Iniziamo a chiacchierare, come si fa tra connazionali in terra straniera, scambiandoci impressioni di viaggio, consigli, aneddoti. Ci viene spontaneo domandare: “Ma come mai siamo tutti qui? Chi ve l’ha suggerito?”La risposta è quasi corale: ovviamente, è segnalato sulla Lonely Planet.
E in effetti, capiamo subito il perché del successo. Si mangia benissimo, si spende pochissimo, e il personale — con sorrisi autentici e gesti premurosi — contribuisce a far sentire tutti a casa. È uno di quei posti che, pur essendo ormai noti, riescono ancora a mantenere una sorta di autenticità gentile.
Le sere successive, invece, le nostre cene saranno decisamente meno fortunate. Il piccante inizierà a dominare ogni portata, come un invasore invisibile che si impadronisce di tutto: ogni nasi goreng, ogni zuppa, persino le patatine fritte avranno quella nota incendiaria che ci lascia sudati e assetati, più sconfitti che sazi. Alla terza sera, sopraffatta dalla monotonia speziata e dall’ennesimo piatto di riso con uova fritte, guardo Michele e, con un tono che non ammette repliche, gli dico che ho bisogno di un hotel e di un bicchiere di vino. Di cibo che non sia a forma di granello. Di qualcosa che somigli vagamente all’idea di cena che conoscevo prima di arrivare qui.
Il giorno dopo il nostro arrivo, ci siamo fermati. Avevamo bisogno di non essere turisti per qualche ora, di non avere un’agenda, di non dover vedere nulla di importante o significativo. Abbiamo scritto in un bar che non aveva niente di speciale se non il fatto che serviva caffè decente, cibi internazionali e sedie comode. È diventato il nostro bar. Ci siamo tornati due giorni dopo, creando una piccola routine in mezzo al caos dell’esplorazione continua.


Il giorno dopo partiamo per visitare i templi: Borobudur e Prambanan, due cuori di pietra incastonati nella giungla di Giava, testimoni silenziosi di un’epoca in cui l’uomo costruiva per dialogare con il divino. Pietre antiche sotto un cielo immenso, un cielo che sembra trattenere, come in un respiro sospeso, tutta la storia dell’umanità.
Borobudur ci appare all’improvviso, come un sogno. Il silenzio qui non è solo assenza di suono: è presenza piena, densa, uno spazio vivo che respira insieme alle pietre. Camminando in salita lungo i livelli concentrici dello stupa, sento che ogni gradino non è solo fisico, ma spirituale: un’ascesa verso il vuoto, verso l’illuminazione, come pensato dai monaci buddhisti che lo costruirono secoli fa.




Le storie scolpite nei bassorilievi – miti, parabole, visioni – scorrono come un racconto mormorato dal tempo. Sembra che l’intero tempio emetta una melodia inudibile, una vibrazione sottile, come se parlasse una lingua arcaica fatta di silenzi, geometrie e luce.
È una musica che non si ascolta con le orecchie, ma con la pelle, con la memoria ancestrale che tutti abbiamo dimenticato. Forse è questo il suono della sacralità: un’eco che si insinua tra le pietre e il cielo, tra il nostro respiro e quello dell’universo. In quel momento ho pensato che il nostro orecchio occidentale non è più allenato a cogliere queste frequenze. Siamo abituati al rumore, al significato, all’immediatezza. Qui, invece, tutto invita alla contemplazione, al mistero.
A Prambanan, invece, la sacralità assume un volto più slanciato, quasi teatrale: i templi induisti si ergono verso l’alto come fiamme di pietra. Anche qui l’atmosfera è densa, ma più dinamica, più narrativa. Le storie di Rama e Sita danzano sulle pareti, e l’ombra lunga delle guglie si confonde con le nuvole che passano lente sopra le nostre teste.


La luce, nel pomeriggio, si rifrange sulle punte degli edifici come una benedizione effimera. C’è una grazia malinconica in questi luoghi, una bellezza che sfida il tempo e che chiede, a chi arriva, di fermarsi, di ascoltare. Non con le orecchie. Ma con l’anima.
Jakarta doveva essere l’ultima corsa, nel senso che cronologicamente era l’ultima tappa prima del ritorno, ma in realtà si è rivelata essere non la fine ma una specie di sintesi vertiginosa di tutto quello che avevamo visto, una città-collage che sembrava aver rubato pezzi da ogni posto che avevamo visitato e li avesse rimontati secondo una logica che sfuggiva a qualsiasi guida turistica.
Il treno di lusso che ci ha portati fin qui era una di quelle cose che esistono solo per permettere ai turisti occidentali di sentirsi avventurosi senza rinunciare al comfort: aria condizionata, sedili in pelle, Wi-Fi. E mentre scivoliamo attraverso paesaggi che cambiano ogni dieci minuti – risaie, fabbriche, baraccopoli, centri commerciali scintillanti – io penso a quanto velocemente il tempo sia volato.
A Jakarta stiamo solamente poche ore. Ci accordiamo con un Grab che ci porta in giro per circa otto ore, quelle che noi abbiamo a disposizione, prima di lasciarci in aeroporto. La moschea Istiqlal ci accoglie con la sua cupola gigantesca, che sembra voler contenere tutto il cielo di Jakarta. Scopriamo che per visitarla è necessario passare da un ufficio informazioni, dove una guida ci accompagnerà in un breve tour.



Ci colpiscono soprattutto due cose. La prima: i bambini che giocano e trascorrono il loro tempo all’interno del luogo di culto, con una libertà che ci sorprende, così distante dalla compostezza a cui siamo abituati. La seconda: le persone che sembrano sostare lì, come se quel vasto spazio sacro fosse anche un rifugio.
E, in fondo, cosa c’è di sbagliato nel cercare un po’ di sollievo dal caldo torrido proprio nel proprio luogo di preghiera? Quella naturalezza, quell’intimità con il sacro, ci appaiono lontanissime dalla nostra esperienza religiosa. La distanza si fa ancora più evidente quando, poco dopo, visitiamo la cattedrale, a due passi dalla moschea. Appena entrati, ci rendiamo conto che non è possibile visitarla liberamente: non si può sostare all’interno, un recinto impedisce di sedersi, e tutto si riduce a entrare, osservare in silenzio e uscire. Un’esperienza deludente, forse, ma anche rivelatrice.
L’obelisco del Monumento Nazionale si erge al centro della piazza come un gigantesco punto esclamativo piantato nel traffico caotico della città.




Ma è stato al museo d’arte moderna che è successo qualcosa di strano. Abbiamo trovato un quadro di Fontana. Sfondo verde e tagli orizzontali. Stavamo camminando tra installazioni che sembrano uscite direttamente da una biennale di New York – video arte, sculture concettuali, performance pieces – quando ci siamo trovati davanti a questo pezzo di Milano trapiantato a Jakarta.
È stato un momento di vertigine temporale e geografica. Quel quadro era un ponte improvviso verso casa, ma anche la conferma che l’arte contemporanea ha creato una lingua universale che parla la stessa sintassi a New York come a Jakarta, a Milano come a qualsiasi metropoli del mondo.




Il resto della giornata è scivolato via in una sequenza di macchina, controlli aeroportuali, e quella particolare stanchezza che ti prende quando realizzi che il viaggio sta finendo. All’aeroporto, mentre stavamo per imbarcarci, Michele mi ha preso la mano e ha detto:
“Hai visto? Alla fine, qualcosa da raccontare c’era.”
“Sì. Ma non lo racconterò a tutti.”
“Perché?”
“Perché alcune cose le voglio conservare solo per noi. Come le foto che non abbiamo scattato.”
E così, eccoci qui. A casa. Con 126 fotografie e una storia che non smette di nascere ogni volta che ci guardiamo.
In viaggio, nulla da raccontare?
Falso.
Solo che ci vuole amore per trovare le parole giuste.
E io, da quando c’è Michele, le trovo ogni giorno.

















