Immagina un algoritmo che continua a proporti volti, profili, possibilità. Un flusso ininterrotto di alternative calibrate sui tuoi gusti, sui tuoi desideri, sulle tue scelte passate. E poi, improvvisamente, si ferma. Non per un errore tecnico, non per mancanza di opzioni, ma perché qualcuno ha deciso di non guardare più. L’algoritmo non smette mai di funzionare, in realtà. Siamo noi che smettiamo di scorrere. È questa l’essenza del matrimonio nell’era digitale: non aspettare che finiscano le possibilità,
ma scegliere di non cercarne altre.
Il desiderio che non si sazia mai
Sigmund Freud l’aveva detto con una precisione chirurgica: il desiderio nasce sempre da una mancanza. Non desideriamo ciò che abbiamo, ma ciò che non abbiamo ancora. È la natura stessa del desiderio a renderlo insaziabile: nel momento in cui otteniamo quello che vogliamo, cessa di essere oggetto di desiderio e diventa possesso.
E il possesso non ha mai l’intensità della ricerca. Questa dinamica si amplifica nell’era digitale in modo esponenziale. La psicologia delle relazioni ha un nome per questo fenomeno: FOMO, fear of missing out, la paura di perdere l’occasione migliore. Ogni scelta porta con sé l’ombra di tutte le scelte non fatte. “E se tre profili più in là ci fosse qualcuno di più compatibile? E se domani l’algoritmo mi proponesse la persona perfetta?” Il desiderio non si posa mai perché l’orizzonte delle possibilità è sempre aperto, sempre luminoso, sempre promettente.
L’impossibilità di fermarsi
Zygmunt Bauman ha chiamato il nostro tempo “modernità liquida” e le nostre relazioni “amore liquido”. Tutto scorre, nulla si fissa. L’idea stessa di un legame permanente genera angoscia perché sembra chiudere il futuro, limitare le possibilità, cristallizzare un’identità che vogliamo mantenere fluida, aperta, in continuo divenire.
Fermarsi significa morire un po’, sembra dirci la cultura contemporanea.
Quindi continuiamo a scorrere. Ma Roland Barthes, nei suoi Frammenti di un discorso amoroso, aveva intuito qualcosa di profondamente diverso. L’amore non è il desiderio che si sazia, ma il desiderio che si ripete. È la scelta quotidiana di desiderare la stessa persona, ancora e ancora.
Solo questa ripetizione, solo questa fedeltà al desiderio per una persona specifica, rende l’amore narrabile. Senza continuità non c’è storia, solo una successione di episodi dimenticabili. Il matrimonio, in questo senso, non uccide il desiderio: lo trasforma da caccia infinita a pratica quotidiana.
L’atto di resistenza
Non è l’algoritmo che smette di funzionare quando ci sposiamo. L’algoritmo continua a girare, continua a proporre, continua a suggerire che là fuori ci siano infinite possibilità. Il matrimonio è la decisione consapevole di non cliccare più, di non aprire più l’app, di non seguire più il flusso. È un bug volontario nel sistema della fluidità.
In un’epoca in cui tutto è designed per mantenerci in movimento, per farci scorrere, consumare, cambiare, il matrimonio diventa un atto radicale. Non perché sia contro il progresso o contro la libertà, ma perché rivendica un’altra forma di libertà: quella di fermarsi.
Di dire “io sto qui” in un mondo che ci chiede costantemente di essere altrove, di essere altri, di volere altro.
È la resistenza alla logica della sostituzione infinita. Nel consumo, tutto è sostituibile: se un prodotto non funziona, ne compriamo un altro. Se un’esperienza non ci soddisfa, ne cerchiamo una diversa.
Il matrimonio dice: questa persona non è sostituibile, questa relazione non è un prodotto, questo legame non si consuma ma si costruisce.
La promessa come interruzione
Forse l’algoritmo non smette mai di scorrere, ma possiamo imparare a non seguirlo. È questo, in fondo, il senso di una promessa.
Una promessa non è un’ingenuità romantica o una negazione della complessità. È un atto di volontà che interrompe il flusso infinito delle possibilità per creare qualcosa di impossibile nel regno del liquido: una continuità.
Il matrimonio non promette che sarà facile, non promette che non ci saranno tentazioni o dubbi. Promette solo che quando l’algoritmo proporrà nuove possibilità, noi non guarderemo. E forse è proprio in questa interruzione, in questo rifiuto di continuare a scorrere, che si nasconde la possibilità di vivere qualcosa di più profondo di una connessione momentanea. Non migliore in assoluto, ma diverso: denso invece che veloce, verticale invece che orizzontale, una storia invece di una sequenza. L’algoritmo continuerà a girare. Ma noi possiamo scegliere di fermarci.







