Ci sono luoghi che non si raccontano per ciò che accade, ma per ciò che non succede mai del tutto.
Le città di pianura è un film sul vuoto come condizione esistenziale. Non il vuoto spettacolare delle grandi crisi, ma quello quotidiano, silenzioso, che si deposita nelle giornate tutte uguali, nei paesaggi senza rilievi, nelle vite che sembrano procedere per inerzia più che per scelta. È il vuoto di chi si sveglia ogni mattina senza un vero motivo per alzarsi, ma nemmeno un motivo sufficiente per restare a letto.

La pianura non è solo uno spazio geografico: è una postura psichica. Lineare, orizzontale, senza appigli simbolici. Non offre ostacoli da superare né slanci verso l’alto. Ti costringe a restare a livello del suolo, a confrontarti con un tempo che scorre lento e con un desiderio che fatica a trovare una forma, una direzione, un oggetto degno di essere perseguito.
I personaggi del film vivono in questo orizzonte basso. Non sono infelici in modo clamoroso, ma nemmeno davvero vivi. Si muovono dentro relazioni funzionali, lavori che tengono insieme il quotidiano, affetti che non esplodono mai — né in gioia né in dolore. È una vita sufficientemente stabile, sufficientemente sicura, sufficientemente piena. Ed è proprio questo il problema: quella sufficienza è diventata il tetto massimo delle loro aspettative.
Dal punto di vista psicologico, Le città di pianura racconta la zona grigia dell’esistenza: quella in cui non c’è un trauma evidente da elaborare, non c’è un sintomo conclamato, non c’è una crisi che giustifichi l’intervento. Ma non c’è nemmeno un desiderio abbastanza forte da rompere l’equilibrio, da mettere in discussione la routine, da rischiare il conflitto. È quella che Donald Winnicott chiamava “esistenza non vissuta”: una forma di adattamento silenzioso che somiglia molto a una rinuncia precoce al proprio vero Sé.
Non si soffre apertamente, ma si smette di aspettarsi qualcosa. Il desiderio si atrofizza non perché viene frustrato, ma perché non viene mai davvero formulato. Resta allo stato larvale, come una promessa che ci si è fatti da giovani e che si è dimenticata strada facendo, senza nemmeno il trauma di un addio consapevole.

Il film lavora per sottrazione. I dialoghi sono essenziali, gli eventi minimi, i conflitti appena accennati. La macchina da presa indugia su volti che non esprimono nulla di particolare, su paesaggi che si ripetono identici, su gesti quotidiani svuotati di significato. Eppure, sotto questa apparente immobilità, si avverte una tensione costante: la sensazione che qualcosa sia stato messo da parte troppo presto, che una parte vitale di sé sia stata sacrificata sull’altare della normalità.
Come se i personaggi avessero interiorizzato l’idea che “non è questo il momento” — il momento di rischiare, di cambiare, di pretendere di più dalla vita. E quel momento non fosse mai arrivato. O peggio: fosse arrivato più volte, ma ogni volta fosse stato rimandato, razionalizzato, addomesticato fino a scomparire.
In psicologia del Sé, si parla di “falso adattamento”: quella configurazione psichica in cui l’individuo costruisce una personalità funzionale, socialmente accettabile, che però non corrisponde ai suoi bisogni profondi. Funziona. Lavora. Mantiene relazioni. Ma vive come da dietro un vetro, separato dalla propria esperienza vitale. I personaggi di Le città di pianura incarnano perfettamente questa dinamica: hanno fatto tutto quello che andava fatto, hanno seguito le tappe previste, eppure restano stranieri a se stessi.
La pianura, allora, diventa metafora di una vita vissuta senza verticalità emotiva. Non c’è caduta — perché per cadere bisogna prima essersi sollevati. Non c’è slancio — perché lo slancio richiede un punto d’appoggio e una direzione. Non c’è tragedia — perché la tragedia presuppone un investimento, una posta in gioco. E non c’è trasformazione — perché la trasformazione nasce dal conflitto, dalla crisi, dall’impossibilità di restare dove si è.
C’è solo un continuo rimandare, un adattarsi alle circostanze fino a confondere l’adattamento con l’identità. Fino a dimenticare che un tempo, forse, si era desiderato altro. Fino a convincersi che questo sia semplicemente crescere, maturare, accettare la realtà.

Ma c’è una differenza sottile e crudele tra accettare la realtà e arrendersi ad essa. Tra adattarsi per sopravvivere e adattarsi fino a sparire. I personaggi del film abitano quella differenza senza riuscire a nominarla. La sentono come un peso diffuso, come una stanchezza che non passa mai, come una domanda che non si formula mai del tutto: “È questo? È davvero tutto qui?”
La regia non offre giudizi. Non c’è condanna morale per chi ha scelto la sicurezza, né celebrazione romantica per chi insegue l’impossibile. C’è solo uno sguardo. Lungo, fermo, quasi clinico. Uno sguardo che registra senza interpretare, che documenta senza spiegare. E proprio in questa neutralità apparente risiede la sua forza perturbante.
Perché Le città di pianura ci costringe a riconoscere qualcosa di profondamente familiare: quella fase della vita in cui non si è infelici abbastanza da scappare, ma nemmeno vivi abbastanza da restare davvero. Quella condizione psichica in cui la sofferenza è troppo vaga per essere diagnosticata, troppo diffusa per essere localizzata, troppo normalizzata per essere riconosciuta come tale.
È la sofferenza di chi ha imparato a non chiedere troppo. Di chi ha ridotto le proprie aspettative fino a farle combaciare perfettamente con ciò che la vita offre. Di chi ha trasformato la rassegnazione in una filosofia di vita, chiamandola realismo, saggezza, maturità.

Il film non offre redenzione né svolte narrative. Non c’è il momento in cui tutto cambia, non c’è la rivelazione improvvisa, non c’è il gesto coraggioso che spezza l’inerzia. Perché la vita nelle città di pianura non funziona così. Il cambiamento, se arriva, arriva lento come tutto il resto. Quasi impercettibile. Forse troppo tardi.
Offre invece uno specchio. Uno specchio che riflette senza abbellire, senza drammatizzare, senza consolare. E chiede allo spettatore di guardare a lungo quel paesaggio piatto, di sostare in quel disagio diffuso, fino a domandarsi: sto attraversando questa pianura — o ci vivo da troppo tempo?
Fino a chiedersi se quella linea d’orizzonte così bassa, così priva di prospettiva, non sia diventata nel tempo l’unico orizzonte che si riesce ancora a immaginare. E se forse, proprio nell’ammettere questo, non si apra — sottile, appena percettibile — la possibilità di un terreno diverso.








