Diario del giorno 1
C’è una finestra, rettangolare, né grande né piccola. Si apre sulla città con un gesto elettrico – clic, fruscio, scatto – come se ogni mattina un dito invisibile facesse partire lo spettacolo alla stessa ora: 5:47. Non è l’ora più bella del giorno, né la più brutta. È solo quella in cui la luce comincia a insinuarsi nei bordi del palazzo di fronte, ancora incerta, azzurrina, e una lama grigia taglia piano il muro bianco della stanza come un sussurro.
È l’ora in cui il mondo sembra non sapere ancora se vale la pena svegliarsi davvero.
All’inizio la guardavo senza capire perché. Me ne stavo lì, seduta con il cuscino piegato dietro la schiena e l’infusione che colava piano nel braccio. Guardavo la luce allungarsi con cautela. Sembrava una cosa da nulla, e forse lo era. Ma in mezzo alla noia scandita dalle visite mediche, dai pasti insipidi e dalla gentilezza precisa delle infermiere, quella luce diventava un evento. Una piccola apertura sul fuori.
Così ho iniziato a scriverle. Lettere brevi, come a una presenza che non risponde.
5:47, giorno 2.
Oggi un camion della spazzatura ha fatto retromarcia sbagliando tre volte. Due operatori hanno discusso ad alta voce, senza accorgersi del silenzio che stavano rompendo. Ho immaginato che si conoscessero da vent’anni. E che si volessero bene.
5:47, giorno 5.
Pioveva. Le gocce scivolavano sul vetro con una lentezza perfetta. Ho seguito la traiettoria di una in particolare fino a quando è sparita. Mi ha dato uno strano sollievo.
5:47, giorno 7.
La luce non è arrivata. Solo buio opaco. Ho sentito il rumore del carrello del tè che passava nel corridoio. Era rassicurante.
Ora sono al giorno 9. Oggi sono tornata qui per la visita di controllo. Sono arrivata presto, forse troppo. Mi sono fermata davanti al padiglione, sotto lo stesso cielo incerto.
Ho alzato gli occhi per cercare la finestra della mia stanza. Non so quale fosse esattamente, ma ho finto di riconoscerla, come si fa con i sogni al risveglio.
La luce non c’era.
Solo un vetro opaco, e tende tirate.
Ho provato una delusione sottile, un piccolo vuoto.
Come se una parte della mia attesa – quella che mi faceva alzare lo sguardo ogni mattina – fosse rimasta sospesa lì, e ora non sapesse più dove andare.







