C’è una piccola geografia che si forma intorno a noi quando siamo costrette a restare ferme. La mia è grande quanto il piano di un comodino d’ospedale.
Cinque libri. Non uno, cinque. Come se potessero salvarmi dalla noia, dalla paura, da me stessa. Li guardo, li sfoglio, a volte ne leggo tre righe e poi li richiudo. Stanno lì come testimoni silenziosi di una volontà che, per adesso, non ha ancora abbastanza forza per esprimersi.
Tre bottigliette d’acqua. Due chiuse. Non so più quale sia fresca, quale sia di oggi, quale mi abbia svegliato stanotte quando la sete era improvvisa e il mondo un po’ più reale. Le lascio lì: sono la mia riserva, la mia riserva idrica.
Due paia di mutandine bianche di cotone, piegate, come se avessero una loro dignità da mantenere, anche ora. Mi fanno tenerezza, lì, fuori posto eppure essenziali. Sopra di loro, i fazzolettini nella scatola elegante, che si offrono uno alla volta con la delicatezza che manca a tutto il resto.
Ci sono le cuffie wireless, il cellulare, il tablet. Le mie porte sul mondo esterno, strumenti di distrazione, protesi del pensiero. Mi servono e mi stancano, come chi ti ama ma non sa che farsene della tua stanchezza.
E poi ci sono i fiori. Me li hanno portati degli amici. Un mazzo disordinato e vivo. Profumano poco ma riempiono. Sono belli come una carezza che arriva senza parole. Ecco la mia mappa. Il mio mondo temporaneo. Tutto quello che mi serve, e







