Mi sveglio con la lista già pronta. Tre riunioni, la spesa, il dentista, rispondere a quelle mail che rimando da una settimana. La giornata è talmente piena che mi chiedo quando troverò il tempo per respirare. Poi guardo il telefono e tutto salta. Riunioni annullate, appuntamento spostato, una serie di contrattempi che in mezzora demoliscono la mia agenda.
Resto a letto più del necessario, fissando il soffitto con una sensazione strana. Non è sollievo, almeno non subito. È disorientamento. Come quando salti un gradino che pensavi ci fosse e per un attimo il corpo non sa come reagire. Sono così abituata al pieno che il vuoto mi spaventa.
Mi alzo comunque, preparo il caffè, mi siedo al tavolo. Fuori piove, quel tipo di pioggia fine che non decide se cadere o restare sospesa. La casa è silenziosa. Non c’è nessuno, non c’è niente da fare, nessun posto dove andare. Per la prima volta da mesi, il tempo è mio. Completamente, scomodamente mio.
All’inizio non so cosa farmene. Controllo il telefono per inerzia, scorro social senza vedere niente, penso di recuperare qualche serie. Ma poi mi accorgo che sto riempiendo il vuoto per paura, come se non esistere dentro un’agenda fosse un problema da risolvere.
Mi fermo. Respiro. Lascio che il silenzio si depositi. E lentamente, senza che me ne accorga, comincio a notare cose che avevo smesso di vedere. Il modo in cui la luce entra dalla finestra e disegna rettangoli sul pavimento. Il rumore della pioggia che è quasi una compagnia. La voglia di leggere quel libro che ho comprato tre mesi fa e non ho mai aperto. Il desiderio di non fare niente, proprio niente, senza sentirmi in colpa.
Passo il pomeriggio così. Leggo, mi preparo un tè che bevo lentamente, guardo fuori. A un certo punto mi metto a scrivere, non per lavoro ma per me, parole senza scopo che escono solo perché hanno bisogno di uscire. Sono pensieri minuscoli, banali forse, ma sono miei. Li avevo seppelliti sotto strati di urgenze e doveri, e ora riemergono con la forza gentile delle cose a lungo ignorate.
Ma la sera arriva prima che me ne accorga. Non ho fatto niente di produttivo, niente che potrei raccontare con orgoglio. Eppure quando spengo la luce ho la sensazione netta di aver recuperato qualcosa di importante. Una parte di me che avevo dimenticato esistesse. Quella che non serve a niente, che non produce, che non si giustifica. Quella che semplicemente è.
Il giorno che non doveva succedere si rivela essere esattamente il giorno di cui avevo bisogno. Lo spazio vuoto non era una perdita ma un regalo. Una lente attraverso cui guardare la mia vita e chiedermi: cosa ho lasciato indietro correndo? Quali desideri minimi ho smesso di ascoltare? Quali silenzi ho riempito per paura?
Non ho risposte definitive. Ma per oggi, avermi fatto le domande basta.







