Era il decimo pomeriggio — o forse l’undicesimo — in cui il soffitto della stanza sembrava voler scendere a trattativa. Una tregua tra lui e i miei occhi stanchi.
Fu in quel momento che ho deciso di andarmene. Non con il corpo, che ancora pesava come una scatola piena di chiodi. Ma con la mente. Con tutto l’entusiasmo di una fuga ben meditata.
Ho chiuso gli occhi e sono salita su un treno che tagliava colline morbide, la luce del tardo pomeriggio che si infilava obliqua tra i sedili vuoti. Poi sono stata su una spiaggia, una di quelle vere o forse viste in un film, dove il rumore delle onde era così convincente che per un attimo ho cercato con la mano i granelli di sabbia sul lenzuolo.
Mi sono immaginata in una cucina piena di voci, ad arrotolare la pasta con mia madre.
Ho camminato in un bosco e in una libreria, ho comprato un biglietto per una mostra e ho ordinato un thè amaro in un bar francese.
È durato dieci minuti, forse meno. Ma al ritorno avevo gli occhi lucidi. Non per la tristezza, ma per gratitudine. Perché anche quando il corpo è fermo, la mente può continuare a costruire.
Anche da un letto di ospedale si può viaggiare. E non è stato male, davvero.
Perché nei luoghi dove ci si immagina — a volte — si riesce a respirare meglio.







