Un mese intero sospeso tra il prima e il dopo di un’operazione che mi ha messa temporaneamente in pausa. Trenta giorni in cui il corpo si è fermato, ma la mente ha continuato a muoversi, a cercare, a creare.
Durante questa convalescenza ho scelto di non combattere la noia, ma di attraversarla. Di lasciarmi abitare dal tempo lento, dai pensieri che si ripetono, dal silenzio insolito che riempie le giornate quando non hai altro da fare che aspettare di guarire.
E così, dal letto, sono nati dieci racconti.
Piccoli, intimi, nati da dettagli apparentemente insignificanti: un pensiero ricorrente che torna alle 5:47 del mattino, un oggetto dimenticato sul comodino, un sogno interrotto dal suono del campanile, il gocciolio costante della flebo che diventa una ninna nanna inaspettata.
Non sono cronache ospedaliere. Non troverete qui resoconti medici o drammi da corsia.
Sono, piuttosto, piccoli esercizi di sopravvivenza creativa. Apocalissi silenziose che nascono dal quotidiano sospeso. Ricostruzioni lievi di un mondo visto da una finestra rettangolare, né grande né piccola.
Ho scoperto che anche nella pausa forzata, anche nell’immobilità del corpo, la scrittura trova il suo spazio. Anzi, forse proprio lì, in quel vuoto apparente, nascono le storie più vere.
Quelle che parlano non di quello che accade, ma di quello che risuona.
Del peso del silenzio, della gratitudine per un gesto gentile, dell’epifania che può nascere leggendo una frase banale su una bustina di tè.
Piccole Apocalissi Quotidiane è questo: un viaggio di trenta giorni attraverso la noia, l’anestesia emotiva e il bisogno irrinunciabile di ricominciare a creare.
Anche da un letto d’ospedale. Soprattutto da lì.
Perché a volte, per ricominciare, bisogna prima imparare a fermarsi.







