C’è un pomeriggio di febbraio che ricordo bene. Non per quello che è successo — per quello che non è successo. Il documento era aperto. Il cursore lampeggiava. Fuori aveva smesso di piovere da un po’, e quella specie di silenzio umido che resta dopo la pioggia avrebbe dovuto aiutare. Ho sistemato la scrivania. Ho risposto a una mail che poteva aspettare. Ho fatto il caffè due volte. Ho guardato il cursore lampeggiare ancora.
E continuavo a dire che non avevo tempo.
La verità è che il tempo c’era. Quel pomeriggio, e molti altri pomeriggi come quello.
Quello che mancava era qualcos’altro — e ci ho messo un po’ a trovare il nome giusto. Non era pigrizia, anche se assomigliava alla pigrizia. Non era stanchezza, anche se il corpo diceva stanchezza. Era qualcosa di più preciso e meno ammissibile: resistenza. Una forza contraria, silenziosa, che non si oppone frontalmente ma semplicemente non cede. Che dice dopo con una convinzione così blanda da sembrare ragionevole.
Adam Phillips, psicoanalista britannico, ha scritto che la procrastinazione non è un fallimento della volontà — è una forma di fedeltà a qualcosa che non abbiamo ancora capito. Rimandiamo, dice, perché una parte di noi sa che fare quella cosa ci cambierà, e il cambiamento — anche quello desiderato — produce attrito. Non paura nel senso drammatico, non terrore. Solo attrito: la resistenza ordinaria di chi sta per fare qualcosa che conta.
Nominarla così cambia tutto. Non sei in difetto — sei in transizione.
C’è un modo in cui il nostro tempo ha reso questa resistenza quasi invisibile. Siamo circondati da un rumore così continuo, da un’offerta così generosa di piccole evasioni, che non c’è mai davvero un momento vuoto in cui la resistenza possa mostrarsi per quello che è. Byung-Chul Han, in La società della stanchezza, parla di un esaurimento che non viene dal troppo lavoro ma dall’impossibilità di smettere — da un’attività senza interruzione che non lascia spazio al raccoglimento, alla Musse, all’ozio produttivo. Non siamo stanchi perché facciamo troppo. Siamo stanchi perché non riusciamo mai a stare fermi abbastanza a lungo da capire cosa vogliamo davvero fare.
Il risultato è che la resistenza si maschera da occupazione. Si traveste da mail urgente, da podcast da finire, da notifica a cui rispondere. Non è che evitiamo di fare le cose — le evitiamo così bene da non accorgercene. Il tempo passa, la pagina resta bianca, e la colpa sembra sempre del tempo.
Quello che manca, nelle giornate in cui non riesco a scrivere, non è mai l’idea. Non è neanche la concentrazione, in senso tecnico. È qualcosa di più fisico — una disponibilità del corpo che alcune mattine c’è e altre mattine no. Le mani che non si posizionano sulla tastiera. La schiena che non trova la postura giusta. Gli occhi che scivolano via dallo schermo verso qualcosa — la finestra, il muro, niente di preciso.
Merleau-Ponty diceva che il corpo non è il mezzo con cui abitiamo il mondo — è il modo in cui lo abitiamo. Scrivere non è un’operazione della mente trasmessa alle dita: è un gesto del corpo intero, che richiede una certa disposizione, una certa densità di presenza. Quando questa densità non c’è, non serve sforzarsi. Il testo che esce in quei momenti lo sa — si sente che è stato prodotto contro qualcosa, e quella tensione rimane dentro le frasi.
Non puoi scrivere bene da un corpo che non vuole stare lì.
Non ho risolto niente, nel senso pieno del termine. Non ho trovato il metodo, non ho stabilito la routine, non ho trasformato la resistenza in disciplina con qualche pratica mattutina.
Ho fatto una cosa più piccola: ho smesso di aspettare il pomeriggio perfetto. Ho smesso di aspettare che il cursore smettesse di sembrare un’accusa. Una mattina ho aperto il documento e ho scritto una riga — brutta, provvisoria, da riscrivere tutta — e l’ho lasciata lì. Il giorno dopo ne ho scritta un’altra. Non era il ritorno che immaginavo. Era più simile a ricominciare a camminare dopo un’infiammazione: cauto, un po’ goffo, senza nessuna certezza di dove si va.
Ma il cursore lampeggiava, e questa volta ci stavo davanti.
Il tempo non era il problema. Forse non lo è quasi mai.
Il problema è saper stare dentro il momento in cui la pagina è vuota e non scappare — non verso la mail, non verso il caffè, non verso la storia più comoda che ci raccontiamo su quanto siamo occupati. Il problema è riconoscere la resistenza senza condannarla, capire che il corpo che rimanda non è nemico ma interlocutore, e che a volte la cosa più utile non è forzare ma aspettare un tempo diverso — non più tempo, solo altro tempo.
Non ho ricominciato a scrivere perché ho trovato più ore libere.
Ho ricominciato perché ho smesso di chiamare resistenza mancanza di tempo.








