L’ultima settimana di agosto ha sempre un sapore amaro. È quando capisci che l’estate sta davvero finendo, che domani dovrai tornare alla vita vera, ai doveri, alla routine che avevi dimenticato. Quella settimana io e Marco eravamo a Ponza, in un appartamento minuscolo affittato all’ultimo momento, con i soldi risparmiati per mesi.
Stavamo insieme da quattro anni. Una di quelle relazioni solide, comode, che tutti invidiano. Avevamo progetti: un mutuo, forse un figlio, sicuramente una vita insieme. Ma quell’estate qualcosa si era incrinato, come un vetro che non si è ancora rotto ma ha già la crepa.
Passavamo le giornate in spiaggia, uno accanto all’altra, in silenzio. Non litigavamo, non ci ignoravamo. Semplicemente non c’era più niente da dire. Guardavo Marco dormire sotto l’ombrellone e mi chiedevo quando avevamo smesso di essere innamorati e iniziato a essere solo abituati.
L’ultima sera decidemmo di fare una passeggiata al porto. Ponza di notte è magica, con le luci che si riflettono nell’acqua nera e il vento che porta odori di salsedine e rosmarino. Ci sedemmo su una panchina, lontano dalla musica dei bar, lontano dalla gente.
“Non siamo più felici, vero?” disse Marco all’improvviso. Non era un’accusa, solo una constatazione triste. Lo guardai e vidi nei suoi occhi lo stesso pensiero che mi tormentava da settimane. Ci tenevamo insieme per paura, per inerzia, per non ammettere di aver sbagliato.
Piangemmo, quella sera. Piangemmo per gli anni passati insieme, per i sogni che non avremmo realizzato, per la fine di qualcosa che era stato bello anche se non era più abbastanza. Ci tenemmo per mano come due naufraghi che si salutano prima di prendere scialuppe diverse.
Tornammo a Roma su treni separati. Lui da sua madre, io dalla mia amica. Dividemmo l’appartamento in silenzio, senza drammi, con quella tristezza educata di chi si vuole ancora bene ma non si ama più.
Quella lunga estate caldissima non mi regalò un nuovo amore. Mi regalò qualcosa di più difficile: il coraggio di lasciare andare ciò che non funzionava più, di ammettere che a volte l’amore finisce non con un’esplosione ma con un sospiro. E che va bene così, che fa parte della vita, che anche le storie finite insegnano qualcosa su chi siamo e chi vogliamo diventare.
Settembre arrivò puntuale, come sempre. Ma quell’anno, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentii davvero libera.



