Era un treno notturno carico di speranze economiche e valigie leggere, di quelli che attraversano l’Italia quando la maggior parte delle persone dorme e chi è sveglio sembra avere sempre un motivo preciso per esserlo. Il tipo di treno dove tutti appaiono in fuga verso qualcosa o da qualcosa, dove le conversazioni nascono con una facilità sospetta e muoiono all’alba, senza lasciare indirizzi né promesse. Io ero partita da Bologna senza un vero programma, solo con la voglia ostinata di vedere il mare, come se l’acqua potesse rimettere in ordine pensieri che avevano perso la loro forma.
Tu avevi un biglietto sgualcito in tasca e l’aria stanca di chi non dorme da giorni. Non la stanchezza pigra del viaggio, ma quella più profonda, che viene da una vita che non concede tregua. Ci sedemmo vicini quasi per caso, in uno scompartimento semivuoto che odorava di caffè freddo, tessuti sintetici e estate. Quel tipo di odore che esiste solo sui treni notturni, un misto di partenze e di attese.
Iniziammo a parlare senza una vera ragione. Forse per noia, forse per educazione, forse per quella strana intimità che nasce tra estranei in viaggio, quando sai che non dovrai difenderti a lungo. Mi raccontasti del lavoro che odiavi, con una precisione rassegnata che faceva pensare che lo odiassi da tempo. Della città che ti opprimeva, delle giornate tutte uguali, della sensazione di vivere sempre in ritardo rispetto a te stesso. Io ti parlai dei miei sogni mai realizzati, di quelli che si tengono chiusi in un cassetto per non doverli spiegare a nessuno. Delle paure che non dicevo mai ad alta voce, perché pronunciarle avrebbe significato ammettere che erano reali.
Il treno avanzava lento nella notte italiana, fermandosi in stazioni di cui non ricordo i nomi. Piccoli paesi addormentati, banchine vuote, luci gialle che illuminavano per pochi secondi facce assonnate e cartelli scoloriti. Fuori dal finestrino scorrevano campagne buie, interrotte da case isolate e lampioni solitari. Ma noi eravamo altrove. Dentro una bolla sospesa, dove il tempo sembrava avere smesso di esercitare la sua autorità e le parole venivano facili, leggere, quasi necessarie.
Ti guardavo mentre parlavi, le mani che disegnavano gesti nell’aria, gli occhi che brillavano nel riflesso del vetro. A volte il tuo sguardo incrociava il mio e restava lì un istante più del necessario, senza imbarazzo, come se fosse naturale. Non c’era seduzione esplicita, non c’era promessa. Solo una vicinanza improvvisa, intensa, che non chiedeva di essere definita.
Per qualche ora fummo due persone completamente presenti. Non quello che eravamo stati prima, non quello che saremmo tornati a essere dopo. Solo due sconosciuti che si concedevano il lusso raro di essere sinceri senza conseguenze.
Quando arrivammo a Rimini era già mattino. La luce cruda dell’alba entrò nello scompartimento senza chiedere permesso, riportandoci alla realtà con la delicatezza di uno schiaffo. Il mare era vicino, lo intuivo dall’aria diversa, più salata, più aperta. Tu ti alzasti di scatto, come se ti fossi improvvisamente ricordato di avere una vita che ti aspettava, una direzione da riprendere. Un caffè al volo al bar della stazione, bevuto in piedi, parole ormai superflue. Un saluto veloce, quasi imbarazzato. Nemmeno il tempo di scambiarci un numero di telefono, come se entrambi avessimo capito che farlo avrebbe rovinato qualcosa.
Poi sparisti nella folla della stazione, inghiottito da zaini, trolley e annunci metallici.
Non ci siamo più visti.
Forse era meglio così. Lasciare quella notte intatta, perfetta nella sua incompiutezza, incontaminata dal peso dei giorni successivi. Eppure, ancora oggi, ogni volta che sento il rumore di un treno in partenza, mi sembra di risentire la tua voce mescolata al fruscio dei binari.
Quell’estate non ci fu amore.
Ma ci fu la possibilità di un amore.
E forse è proprio questo, alla fine, a renderlo indimenticabile.



