Le notti di Siracusa sapevano di sale e di libertà. Io e le mie amiche giravamo per i vicoli di Ortigia con i tacchi in mano e il vino ancora caldo in gola, ridendo di tutto e di niente. L’estate ci aveva rese invincibili, o almeno così ci sembrava.
Lo vidi sotto un arco di pietra, in una di quelle piazzette che profumano di gelsomino e storia antica. Ballava con un gruppo di ragazzi, rideva forte, parlava con un accento straniero che non riuscivo a collocare. Aveva l’aria di chi non si preoccupa mai del giorno dopo, di chi vive ogni momento come se fosse già un ricordo prezioso.
Ci guardammo. Non fu romantico, fu semplicemente inevitabile. Come quando due correnti si incontrano in mare e non possono fare altro che mescolarsi. Mi avvicinai, lui mi prese la mano, e quella notte diventò l’inizio di due giorni che sembrarono un’eternità.
Facemmo tutto ciò che si fa quando si è giovani e stupidi e bellissimi: ballammo fino all’alba, nuotammo nel mare nero come inchiostro, ci addormentammo sulla spiaggia con il suono delle onde come ninna nanna. Non ci raccontammo il passato, non parlammo del futuro. Esisteva solo quel presente assoluto, quella parentesi fuori dal tempo.
Al mattino del terzo giorno, davanti al porto dove erano attraccate le barche dei pescatori, ci salutammo. Niente addii melodrammatici, niente promesse impossibili. Solo un bacio veloce e la certezza che non ci saremmo più rivisti. Lui tornò al suo viaggio, io alla mia vita normale.
È passato tempo, ma quella lunga estate caldissima mi ha insegnato qualcosa di importante: che a volte l’amore dura il tempo di una notte, di un tramonto, di una risata rubata. E che va bene così, che non tutto deve durare per sempre per essere stato vero.





