Il mercatino di via Paolo Sarpi è una di quelle istituzioni milanesi che esistono in una dimensione temporale parallela, dove è sempre domenica mattina e sempre leggermente autunno. Anche quando tecnicamente siamo a giugno e fa un caldo impossibile, c’è qualcosa nell’aria — l’odore di carta vecchia mescolato al metallo ossidato, il rumore delle persone che negoziano i prezzi con quella particolare forma di ostinazione milanese — che sa di nebbia e di foglie morte.
Io ci vado quando ho bisogno di convincermi che la vita può ancora sorprendermi con cose che non sapevo di stare cercando. Strategia di sopravvivenza urbana: quando l’esistenza diventa troppo prevedibile, vai al mercatino e compra qualcosa di completamente inutile che qualcuno ha deciso di non volere più. È una forma di archeologia del presente, un modo di intercettare vite altrui attraverso i loro scarti.
Oggi piove quella pioggia fine di settembre che sembra progettata appositamente per renderti malinconico ma non abbastanza da farti tornare a casa. Cammino tra le bancarelle con le mani in tasca e quella particolare assenza di scopo che caratterizza le mattine in cui non hai niente da fare ma non riesci nemmeno a stare ferma.
La bicicletta la vedo da lontano, appoggiata contro la ringhiera di una bancarella che vende principalmente oggetti incomprensibili — ferri da stiro degli anni Sessanta, macchine da scrivere senza nastro, telefoni a rotella che non funzionano più da quando il mondo è diventato digitale. È una Bianchi celeste, vintage ma non troppo, con il manubrio leggermente arrugginito e il sellino di pelle che ha quella patina che viene solo da anni di uso vero.
Mi fermo a guardarla con quella forma di desiderio improvviso che ti prende quando vedi un oggetto e capisci, senza sapere perché, che potrebbe cambiare qualcosa nella tua vita. È assurdo, ovviamente. Una bicicletta non cambia niente. È solo un mezzo di trasporto leggermente più poetico di una metropolitana, un modo per spostarsi da A a B con il vantaggio aggiuntivo di far finta di essere il tipo di persona che fa attività fisica spontanea.
Accanto alla bicicletta c’è una pila di libri sistemati su una coperta stesa a terra, perché evidentemente il venditore ha deciso che i libri meritano di essere esposti orizzontalmente come reperti archeologici invece che verticalmente come merce. Alcuni hanno copertine in pelle che sembrano uscite da una biblioteca di un castello scozzese, altri sono tascabili economici con spine rovinate e pagine ingiallite.
È mentre sto cercando di decidere se chiedere il prezzo della bicicletta o se continuare a far finta di essere solo interessata in modo casuale che noto l’uomo accanto a me. È chino sui libri con la concentrazione assoluta di chi sta cercando qualcosa di specifico — o di chi ha imparato a usare la ricerca di libri come forma di meditazione attiva.
Indossa un impermeabile verde che ha visto giorni migliori e tiene in mano un tascabile di Pavese che sta sfogliando con quella delicatezza che si riserva agli oggetti fragili o ai sentimenti complicati. Ha l’aria di uno che passa i sabati mattina nei mercatini non perché ha bisogno di comprare qualcosa, ma perché non sa bene cos’altro fare con il tempo libero.
«Bella bici», dice senza guardarmi, continuando a sfogliare il Pavese.
«Grazie, ma non è mia», rispondo automaticamente, e poi mi rendo conto che è ovvio che non è mia, considerando che è appoggiata a una bancarella di un mercatino dell’usato.
«Stavi pensando di comprarla», dice, e non è una domanda.
«Forse. Non so andare in bicicletta.»
Questa è una mezza verità. So tecnicamente andare in bicicletta nel senso che ho imparato da bambina e non ho mai avuto incidenti mortali, ma ho una relazione complicata con l’equilibrio e una paura irrazionale di cadere che mi fa evitare qualsiasi attività che richieda coordinazione motoria sopra la media.
«Motivo in più per comprarla», dice lui, finalmente alzando lo sguardo dal libro. Ha gli occhi di un colore indefinito che cambia a seconda di come lo guardi — un po’ verdi, un po’ grigi, un po’ marroni — e quell’aria leggermente trasandata delle persone che passano troppo tempo a leggere e troppo poco a preoccuparsi di cosa indossano.
«Questa è una logica che non seguo.»
«Le cose che facciamo bene le facciamo per abitudine. Le cose che non sappiamo fare bene le facciamo per scelta. È più interessante.»
Lo guardo meglio e penso che probabilmente è una di quelle persone che dicono frasi che sembrano profonde ma che sotto esame attento non significano granché. Oppure sono io che sono diventata troppo cinica e che ho perso la capacità di apprezzare le verità semplici quando me le sbattono in faccia.
«Tu compri sempre libri che non sai leggere?» chiedo, indicando il Pavese.
«Peggio. Compro libri che ho già letto sperando che questa volta dicano qualcosa di diverso.»
Questa risposta mi piace più di quanto dovrebbe. C’è una onestà strana in quel “sperando che questa volta dicano qualcosa di diverso”, come se la lettura fosse una forma di divinazione e i libri degli oracoli che cambiano messaggio a seconda di quando li consulti.
Il venditore della bancarella — un uomo sulla sessantina con un cappello di feltro che sembra uscito da un film noir — ci guarda con l’aria di chi sa già come andrà a finire. «La bici è in ottime condizioni», dice con quell’entusiasmo controllato dei venditori esperti. «Cambio Campagnolo originale, telaio in acciaio. Un pezzo da collezione.»
«Quanto?» chiedo, anche se non ho la minima intenzione di comprare una bicicletta che non so usare.
«Trecento. Ma per lei duecentocinquanta, perché vedo che la guarda con amore.»
L’uomo accanto a me ride sommessamente. «Guardarla con amore», ripete. «È così che si chiama ora quella faccia che fai quando desideri qualcosa ma non vuoi ammetterlo?»
«Io non faccio nessuna faccia», dico, ma sto mentendo e lo sanno tutti, incluso il venditore che sorride come se avesse già vinto.
«Compra la bici», dice l’uomo. «Io compro questo libro che non leggerò mai e tu compri la bici che non userai mai, e entrambi torniamo a casa fingendo che siamo persone diverse da quelle che siamo.»
«Questa è la cosa più deprimente che abbia mai sentito.»
«Eppure è vera.»
E qui succede una cosa strana. Invece di rispondere con un’altra battuta cinica — che è la mia modalità default in questo tipo di conversazioni con sconosciuti che sembrano usciti da film francesi degli anni Sessanta — mi viene da ridere. Rido davvero, con quella risata che parte dalla pancia e che non puoi controllare, e lui ride con me, e per un momento siamo solo due persone che ridono sotto la pioggia in un mercatino dell’usato circondati da oggetti che nessuno vuole più.
«Ok», dico quando smetto di ridere. «Compro la bici se tu mi dici perché stai comprando un libro che hai già letto.»
Lui ci pensa un momento, poi dice: «Perché la prima volta che l’ho letto avevo vent’anni e credevo di capire tutto sul dolore. Ora ne ho trentacinque e ho capito che non capivo niente. Magari a cinquant’anni capirò ancora qualcosa di diverso.»
Questa risposta mi fa venire voglia di chiedergli tutto: cosa è successo tra i vent’anni e i trentacinque, quale tipo di dolore pensava di capire, se ha davvero intenzione di aspettare altri quindici anni per rileggere Pavese. Ma invece compro la bicicletta, contratto il prezzo fino a duecento euro — perché il mercanteggiare fa parte del rituale e non puoi semplicemente accettare la prima cifra che ti dicono — e lascio che il venditore la carichi sul mio carro a mano pieghevole che porto sempre con me quando vado ai mercatini.
«Buona fortuna con l’equilibrio», dice l’uomo mentre paga il suo Pavese.
«Buona fortuna con il dolore», rispondo, e lui sorride come se avessi detto qualcosa di molto intelligente invece che la prima cosa che mi è venuta in mente.
Ci salutiamo con un cenno della testa e ognuno va per la sua strada. Io verso casa con una bicicletta che non so guidare, lui verso chissà dove con un libro che ha già letto. Due persone che si sono incontrate per caso tra oggetti usati e che probabilmente non si rivedranno mai più, perché Milano è grande e i mercatini sono tanti e le probabilità di reincontrare uno sconosciuto sono statisticamente irrilevanti.
Tre giorni dopo trovo, incastrato tra i raggi della ruota anteriore della bicicletta, un foglietto piegato in quattro. Lo apro e riconosco subito la calligrafia: è la stessa del Pavese che sfogliava, immagino, anche se non ho modo di verificarlo.
C’è scritto:
«Se impari a pedalare senza cadere, fammi sapere. Potremmo andare a cercare altri libri che non leggeremo mai. 349-xxx-xxxx. – L.»
Lo rileggo tre volte per essere sicura di aver capito bene. Poi lo rileggo una quarta volta perché mi sembra troppo da film francese degli anni Sessanta per essere vero. Ma è reale: il foglietto è qui, la calligrafia è chiara, il numero di telefono sembra plausibile.
Non so quando l’ha infilato nei raggi. Non so se l’ha fatto subito dopo che ci siamo salutati o se è tornato dopo, mentre io ero già lontana. Non so se è un gesto spontaneo o se ci ha pensato per tre giorni come ci ho pensato io a lui, senza volerlo ammettere.
La bicicletta è ancora appoggiata al muro del mio corridoio, dove l’ho lasciata tre giorni fa dopo averla portata su quattro piani di scale maledicendo la mia impulsività e la totale assenza di ascensore nel mio palazzo. Non l’ho ancora usata. Ho solo guardato il sellino di pelle, il manubrio arrugginito, il celeste Bianchi che sembrava promettere libertà e avventure che non so se avrò mai il coraggio di vivere.
Ma ora, con questo biglietto in mano, la bicicletta sembra diversa. Non è più solo un oggetto comprato per impulso in un mercatino un giorno di pioggia. È una domanda che non so ancora se voglio rispondere. È una possibilità che esiste solo perché mi sono fermata a guardare una bici che non sapevo guidare accanto a un uomo che comprava libri che aveva già letto.
Metto il biglietto nella tasca della giacca e decido che domani — no, dopodomani — forse imparerò davvero ad andare in bicicletta. O forse no. Ma almeno ora ho un motivo che non sia solo “perché dovrei” o “perché fa bene alla salute”.
Ho un motivo che si chiama L. e che pensa che pedalare senza cadere sia una metafora di qualcosa che nessuno dei due ha ancora il coraggio di dire ad alta voce.
E forse è abbastanza, per oggi.



