È il primo giorno dopo l’operazione.
Non ho fame, non ho sonno, non ho ancora parole.
Solo un dolore ovattato, il corpo che pesa in modo diverso, e la testa che oscilla tra anestesia e realtà, come se non avesse ancora deciso dove stare.
Accanto a me, la mia vicina di letto ha iniziato a parlare al telefono.
Anzi: a urlare.
In arabo.
Una lingua che non conosco, ma che mi arriva addosso a ondate. È un flusso continuo, come un fiume agitato che sbatte contro le sponde. A tratti rallenta, poi riprende, impetuoso, senza chiedere permesso.
Dall’altra parte del telefono rispondono voci di bambini. Anche loro urlano. Piangono. La chiamano “mamma”, e questo lo capisco subito, anche senza sapere una sola parola di quella lingua. Ripetono il suo nome, o forse lo invocano soltanto per tenerla vicina.
Lei risponde con forza, poi con tenerezza. Il tono cambia, ma resta sempre alto, come se la distanza potesse essere colmata solo con il volume.
All’inizio mi infastidisce.
Sono stanca, stordita, e tutto mi punge.
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Quella conversazione urlata diventa compagnia.
È una prova di vita. Lei è lì, come me, a patire. Ma ha qualcosa da dire, qualcuno a cui dirlo. E allora, senza accorgermene, mi sento meno sola.
Non capisco niente, eppure capisco tutto.
Il dolore.
La paura.
L’impotenza.
La voce che serve solo a dire: sono viva, vi sento, aspettatemi.
Quando la chiamata finisce, nella stanza resta un silenzio diverso.
Non è vuoto. Non è pace.
È un’eco che non è rumore.
È presenza.
È resistenza.
È il coro dissonante di chi soffre, ma non smette di parlare.



