Questa raccolta di racconti nasce da un’ossessione del tutto irrazionale per gli oggetti che sopravvivono alla loro funzione. Biglietti del cinema dimenticati in tasche di giacche che non mettiamo più, fotografie che cadono da libri presi in prestito anni fa, messaggi vocali che non abbiamo mai avuto il coraggio di cancellare. Piccoli reperti di vite vissute che il caso – o forse una forma inconscia di cura di sé – ha deciso di conservare per noi.
L’idea mi è venuta mentre svuotavo gli scatoloni che per mesi hanno affollato la mia nuova casa, operazione che dovrebbe essere pratica e invece si trasforma sempre in un’immersione involontaria nella complessità della vita. Ogni cassetto è un museo, ogni scatola un archivio di emozioni sedimentate. E ho pensato: ma se gli archeologi del futuro dovessero ricostruire chi eravamo attraverso quello che lasciamo dietro, cosa troverebbero? Smartphone scarichi con migliaia di foto, hard disk pieni di file chiamati “Documento senza titolo”, scatoloni di oggetti che non buttiamo mai perché “non si sa mai”.
L’archeologia sentimentale non scava nel terreno, scava nel tempo. Non cerca cocci di ceramica, cerca frammenti di cuore. E scopre che la memoria funziona esattamente come uno scavo: procede per strati, con delicatezza, e più vai in profondità più realizzi che ogni reperto modifica il senso di tutto quello che hai trovato prima.
Questi quattro racconti sono esplorazioni di quella terra di mezzo tra ricordo e oblio, tra conservazione e metamorfosi. Sono storie inventate, ma non false – nascono da frammenti di vita osservata, da gesti intravisti per strada, da conversazioni ascoltate per caso sui mezzi pubblici. Li ho raccolti come un collezionista compulsivo di momenti altrui, poi li ho lasciati sedimentare nella memoria fino a quando non sono diventati racconti fatti di dettagli e intimità che forse non ho mai vissuto ma che riconosco come veri.
È una forma di appropriazione dolce della vita che scorre intorno a noi, un modo di trasformare l’osservazione in narrazione. La donna che trova il biglietto del tram potrei averla vista su un autobus a Milano, l’uomo che ascolta il messaggio vocale del padre morto potrebbe essere il vicino di casa che non conosco ma di cui immagino le storie quando lo sento parlare al telefono la sera.
Non so se quello che ho scritto sia letteratura o antropologia emotiva camuffata da letteratura. So solo che alcune cose si possono dire solo attraverso le storie, e che a volte un biglietto del tram inventato racconta più di mille biglietti del tram realmente trovati.
Buona lettura, e buono scavo.






